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65. TAORMINA FILM FEST

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S T O R I A    D E L    F E S T I V A L

TAORMINA - 65 ANNI DI STELLE

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Taormina: lo sguardo corre dal mare invitante all’Etna imponente, come su un naturale grande schermo in Cinemascope. Il legame tra Taormina e il cinema è innato. A cavallo tra Ottocento e Novecento, quasi in coincidenza con l’invenzione dei fratelli Lumière, Taormina diventava patria elettiva del barone Wilhelm von Gloeden, che ha lasciato un suggestivo patrimonio visivo di fotografie e cartoline raffiguranti giovani siciliani agghindati come divinità dell’Olimpo (luogo proverbiale per la Decima Musa) con sullo sfondo panorami risplendenti: il suo studio fu visitato, tra gli altri, da Oscar Wilde, Gabriele D’Annunzio, Eleonora Duse. E grazie alle sue immagini un’illustre serie di personalità ha voluto vedere dal vivo la “Perla dello Jonio”, contribuendo a creare una leggenda che continua: dall’imperatore di Germania Guglielmo II a David H. Lawrence, da Tennessee Williams fino a Greta Garbo, la “Divina”, prima star del cinema mondiale ad amare e visitare spesso - in incognito - Taormina.
Nel 1955 a Messina nasce una Rassegna cinematografica e rapidamente Taormina ne diviene sede fondamentale e ideale - con la complicità dell’irripetibile scenario del Teatro Antico - per registi, attori, produttori, distributori che possono trovare un importante punto di incontro. Anni fa, sulla Croisette di Cannes, Peter Fonda e Terence Stamp ricordavano di essersi conosciuti proprio durante il Festival taorminese del 1965. Peter Fonda amava crogiolarsi al sole, suonando la chitarra sulla spiaggia a due passi dall'Isola Bella: era arrivato per incontrare Federico Fellini e discutere di un progetto, quello che due anni dopo sarebbe stato l'episodio “Toby Dammit” in “Tre passi nel delirio”. Il ruolo toccò invece a Terence Stamp, diventato grande amico di Peter Fonda grazie a quell’estate taorminese: i due si ripromisero di lavorare insieme e ci sono riusciti, 34 anni dopo, nel film “The Limey” di Steven Soderbergh. Un’altra famosa promessa, poi mantenuta, è stata quella di Woody Allen. Invitato fuori concorso al Festival di Taormina del 1971 con “Il dittatore dello Stato libero di Bananas”, l’allora misconosciuto Woody Allen restò folgorato dalla bellezza del Teatro Antico e si impegnò a volerlo come set, “tradendo” la prediletta Manhattan. Cosa che puntualmente avvenne, più di vent’anni dopo, con “La dea dell’amore” (interpretato da Mira Sorvino, in seguito anche lei ospite a Taormina): un privilegio, più unico che raro, di avere il Teatro Antico come scenario perfetto per la Settima Arte in cui girare le sequenze del coro greco guidato nel film da F. Murray Abraham. Né va dimenticato Roberto Benigni, scatenato animatore - da Oscar per la simpatia - nel ’79 di un’edizione “minore” del Festival, che poi volle tornare a Taormina con Walter Matthau per le riprese del “Piccolo diavolo” e ancora, nell’hinterland, per realizzare “Johnny Stecchino”. C’è anche chi ha compiuto il percorso inverso: Michelangelo Antonioni affidò a scenari taorminesi, dall’Hotel San Domenico alla baia di Naxos sullo sfondo, la conclusione di uno dei suoi capolavori, “L’avventura”, girato nel 1959 anche tra le Eolie, Messina e Noto. Da allora Antonioni esaltò sempre il suo legame con la Sicilia e Taormina in particolare, presenziando assiduamente al Festival, accolto con calore e ammirazione ogni volta, con particolare entusiasmo nel ’91 quando Bernardo Bertolucci gli consegnò tra le ovazioni un “Cariddi d’oro” speciale. Un affetto che Antonioni consacrò pure in seguito presentando nel Teatro Antico in anteprima il cortometraggio “Sicilia”.  Anche Carlo Verdone, pluripremiato nel Teatro Antico con i Nastri d’argento, ha voluto girare a Taormina nel 2007 un episodio del suo “Grande, grosso e… Verdone”. Ma perfino una star del calibro di Robert De Niro proprio mentre era ospite d’onore a Taormina nel 2010 accettò la proposta del regista Giovanni Veronesi di partecipare a “Manuale d’amore 3” accanto a Monica Bellucci. L’unicità del palcoscenico del Teatro Antico ha fatto assistere, nel corso del tempo, anche a piccoli “miracoli”: come vedere nell’80 Rainer Werner Fassbinder insolitamente ma piacevolmente vestito con un impeccabile smoking; ascoltare con assoluta emozione nell’84, durante una “Festa per il teatro”, il “testamento spirituale” di Eduardo De Filippo, nella sua ultima apparizione pubblica, davanti al figlio Luca; nel ’90 applaudire insieme sul palco i “5 colonnelli della commedia all’italiana” Monica Vitti, Alberto Sordi, Nino Manfredi, Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman; divertirsi con Pedro Almodovar improvvisatosi nel ’94 perfetto padrone di casa del FilmFest tanto da accogliere con uno schioccante bacio il collega John Waters; o ancora allo scoccare della mezzanotte tra il 2 e il 3 luglio del 2000 contemplare gli spettatori che illuminano la cavea con le candeline accese per augurare buon compleanno a Tom Cruise chiamato a ritirare un Nastro d’argento speciale; o ancora entusiasmarsi nel Teatro Antico nel 2012 trasformato metaforicamente in stadio per assistere a Italia-Germania degli Europei, con Sophia Loren pronta a tifare tra il pubblico.

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Forse nessuno poteva immaginare che la kermesse taorminese avrebbe fatto tanta strada. Moda e cultura, mondanità e spettacolo, divismo e turismo, evoluzione sociale - all'insegna del cinema - si mescolano nella storia dei primi 65 anni della Rassegna cinematografica internazionale varata a Messina nell’agosto 1955 da un gruppo di cinefili (tra cui Arturo Arena, allora vicepresidente dell’Associazione esercenti cinematografici) con in programma sette pellicole - a inaugurare fu “Fuoco verde” di Andrew Marton - proiettate in uno dei luoghi più incantevoli della città, la "terrazza" sullo Stretto, in Fiera, di un locale assai famoso all’epoca, l’Irrera a mare. Prime e uniche presenze rimarchevoli, le attrici Irene Genna, moglie di Amedeo Nazzari, e Brunella Bovo. Il semplice obiettivo era quello di dar vita a un “Festival della cordialità”, con ambizioni promozionali. Già nel ’56 la gestione della Rassegna passò - fino agli anni Ottanta - all’Ente provinciale per il turismo peloritano, il cui presidente del tempo, Michele Ballo, si rivelò un impeccabile padrone di casa fino al 1968, per poi delegare il ruolo a Giuseppe Campione, assai attento ai fermenti giovanili e culturali, mentre dal 1972 presidente Ept fu Eugenio Longo e dal 1980 Ermanno Jannuzzi. E proprio nel ’56 furono presenti Gabriella Pallotta e la ben più nota Sandra Milo. Dal ’57 un netto salto di qualità perché alle proiezioni messinesi venne affiancata Taormina come sede della cerimonia della consegna dei premi David di Donatello: prima grande presenza internazionale Ingrid Bergman, che si divertì a farsi riprendere dalla cinepresa di Federico Fellini, filmandolo a sua volta. La cerimonia dei David divenne un appuntamento fisso nel Teatro Antico e si rinnovò fino al 1980, passando il testimone all’altro grande riconoscimento del cinema italiano: i Nastri d’argento del Sindacato nazionale giornalisti cinematografici - fino all’89 e poi stabilmente dal 2000 tranne qualche breve pausa - tuttora consegnati a Taormina. Tra i primi famosi vincitori dei Nastri nel Teatro Antico fu Massimo Troisi nel 1981. Nell’87 a ricevere il Nastro, come regista esordiente con “Il camorrista” fu Giuseppe Tornatore, emozionatissimo nel ritirare un premio così importante (lo avrebbe rivinto molte altre volte) nella sua Sicilia. E in quello stesso anno un Nastro a un altro futuro premio Oscar, Roberto Benigni, premiato come protagonista di “Daunbailò”.
Per più di dieci anni la Rassegna continuò a dividersi tra Messina e Taormina: dal ’64 la manifestazione si svolgeva per la prima metà nel capoluogo, per proseguire e concludersi nella “Perla dello Jonio”, che infine ne divenne sede pressoché esclusiva. Nella Messina a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta le proiezioni estive si trasformavano in “soirée” ambite e desiderate. Con mesi d’anticipo cominciava la caccia all'invito, le fanciulle di buona famiglia sognavano l’abito che avrebbero sfoggiato per l’occasione, gli uomini rimettevano in sesto l’obbligatorio smoking, o si davano da fare per trovarlo a noleggio. A tutti gli altri, come oggi a Los Angeles o a Cannes o a Venezia, non restava altro che assieparsi dietro le transenne per assistere all’ingresso dei più fortunati e soprattutto delle star del grande schermo.
A Taormina lo sfavillio dei divi brillava per la serata dei David, vera e propria “notte delle stelle” quando migliaia di spettatori che gremivano la cavea del Teatro Antico venivano chiamati ad accendere le candeline distribuite all’ingresso: un colpo d’occhio da far venire i brividi. Nel ’58 ne restarono ammaliati, tra gli altri, Anna Magnani e Gina Lollobrigida, Sam Spiegel e Tennessee Williams, Vittorio De Sica e Vittorio Gassman, al quale in quell’anno fu assegnato il Premio Olimpo per il Teatro, primo esempio della vocazione del Teatro Antico a ospitare ogni forma di grande spettacolo che avrebbe portato, nel 1983, con l’attento lavoro dei componenti della Consulta di esperti affiancati al Comitato, alla costituzione di “Taormina Arte” con le sue articolazioni che comprendono, oltre al cinema, anche il teatro, la musica e le arti visive. Anno dopo anno, nessuno dei divi del momento, spesso freschi vincitori di Oscar, ha rinunciato a presenziare alla “notte delle stelle”: si potrebbe comporre un fantasmagorico cast hollywoodiano per un kolossal prodotto da Darryl F. Zanuck, con protagonisti Cary Grant, Susan Hayward, Leslie Caron, Van Heflin, Anthony Quinn, Charlton Heston, Anthony Perkins, Audrey Hepburn, Gregory Peck, Linda Christian, Shirley MacLaine, Joan Crawford, Lana Turner, Yul Brynner, Cornel Wilde, John Huston, Cliff Robertson, Rex Harrison, Peter O’Toole, Rita Hayworth, Henry Fonda, Burt Lancaster, Peter Ustinov e tantissimi altri. 
Senza tralasciare attori europei come Jean-Louis Trintignant, Melina Mercouri, Catherine Spaak, Alain Delon e naturalmente i beniamini italiani: Alberto Sordi, più volte protagonista nel Teatro Antico con proverbiali “botta e risposta” estemporanei col pubblico, Sophia Loren, Claudia Cardinale, Nino Manfredi, Monica Vitti, Ugo Tognazzi, Giulietta Masina, Marcello Mastroianni, Silvana Mangano, Stefania Sandrelli, Walter Chiari, Renato Rascel, Aldo Fabrizi, Antonella Lualdi, Franco Interlenghi e così via, i registi Mauro Bolognini, Luigi Comencini e Pietro Germi, i produttori Carlo Ponti, Dino De Laurentiis e Franco Cristaldi.

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Quasi tutti i big del cinema sostavano per pochi giorni, talvolta soltanto per partecipare al gran gala. Ma non sempre: Marlene Dietrich, ad esempio, nel ’62 fu la vedette d’eccezione a Taormina quando, per pochi mesi e ai limiti della legalità, fu aperto un casinò, nella villa Mon Repos. I divi, e le innumerevoli “starlette” di contorno, erano spesso chiamati ad attraversare il Teatro Antico su una passerella - che partiva dall’adiacente Hotel Timeo – percorrendo il limite inferiore della cavea in mezzo alla folla, tra centinaia di mani che volevano toccarli: per Marlene fu invece costruito uno speciale scivolo, che la fece arrivare, con grande effetto, al centro del palcoscenico. La Rassegna era diventata un angolo della “dolce vita”, con tanto di “paparazzi” locali, il cui principe rimane il “piccolo” Michelangelo Vizzini, mentre spiagge di Mazzarò venivano invase da bellezze straniere, dal look audace e al tempo considerato spregiudicato. Una delle punte più alte del divismo di quei tempi fu toccata quando dall’”Hollywood sul Tevere” giunsero a Taormina nel 1967 Liz Taylor e Richard Burton: sulle loro eccentricità ancora si favoleggia. 
Tanti aneddoti, molta enfasi, infiniti ricordi al limite del pettegolezzo, ma poca memoria in quei primi anni della Rassegna delle pellicole via via proposte, schiacciate com’erano dalla mondanità. Inevitabile, così, il “vento del ’68” che soffiò - e non sempre di riflesso - sui destini della Rassegna, anticipato dalla presenza di autori “impegnati” come Bernardo Bertolucci, accompagnato nel ’65 da Adriana Asti, e in seguito Joseph Losey, Gillo Pontecorvo, Sergio Leone, Richard Brooks, Francesco Rosi. A Messina le proiezioni vennero raccolte nella “Settimana del film nuovo”, animata da Sandro Anastasi, che lasciava spazio a film cruciali come “Antonio das Mortes” di Glauber Rocha, “Easy rider” di Dennis Hopper, “If” di Lindsay Anderson, seguiti da appassionati dibattiti coordinati dal critico Giulio Cesare Castello. E' l'occasione per scoprire un cinema nuovo e le serate puramente mondane diventano oggetto di contestazioni, fino alla definitiva cancellazione nel ’71.
Anche a Taormina le cose erano destinate a cambiare: nel 1969 la kermesse viene ribattezzata “Rassegna per la cooperazione cinematografica  internazionale” con l’obiettivo di promuovere un cinema dotato di spessore culturale e di rilevanza sociale. E nel ’70 è varata la sezione competitiva della Rassegna, il “Festival delle nazioni”; primo vincitore del Cariddi d’oro “Non si uccidono così anche i cavalli?” di Sydney Pollack. Primo direttore artistico del Festival competitivo fu Gian Luigi Rondi, solo per quell’anno però: l'anno successivo è chiamato a dirigere la Mostra Venezia (e ci sarà un bis); la direzione fu così affidata a Guglielmo Biraghi, che ha influenzato - riservando il concorso, chiamato dal 1981 “Festival cinematografico internazionale di Taormina”, a film opere prime e seconde nonché, dall’87 alle nuove tendenze espressive del cinema contemporaneo - in maniera decisiva le scelte culturali della Rassegna per quasi un ventennio, fino alla fine degli anni Ottanta, quando anche lui viene chiamato a Venezia, mentre a Taormina torna per un breve periodo Rondi. La storia di Taormina si intreccia spesso con quella di Venezia: la Rassegna siciliana viene considerata al secondo posto, per importanza, fra i Festival italiani, subito dopo la Mostra. Tre dei suoi direttori artistici - Rondi, Biraghi, Laudadio - hanno diretto, in periodi diversi, entrambi i Festival. E nel periodo in cui a Venezia fu sospesa la competizione si ipotizzò che Taormina sarebbe potuta diventare la “Venezia del Sud”, la più importante kermesse cinematografica nazionale, con in più il tocco di glamour dell’agognata diretta televisiva (trasmessa regolarmente, eccetto quella del 1966, annullata in extremis tra le polemiche) della “notte delle stelle”, condotta da grandi “veterani” del teleschermo come Lello Bersani, Mike Bongiorno e Pippo Baudo. Se talvolta quello di Taormina rischiò di essere considerato il “festival degli ombrelloni”, invece, anno dopo anno, grazie al “Festival delle nazioni”, riuscì a catalizzare l’attenzione su film e autori importanti come ad esempio - oltre al già citato Woody Allen - Steven Spielberg (“Duel”), Alexander Jodorowsky (“La montagna sacra”), Theo Anghelopoulos (“La recita”). Arrivò anche la “nuova onda” tedesca del “Neuer Deutscher Film”, con i primi film di Rainer Werner Fassbinder, Wim Wenders, Werner Herzog, Werner Schroeter. E in due edizioni “storiche” – nel ’75 con la vittoria di “Sunday too far away” di Ken Hannan e nel ’76 di “Picnic ad Hanging Rock” di Peter Weir (che nel 1979 riceverà il Cariddi speciale per il decennale del Festival delle Nazioni) - veniva rivelata, non solo in Italia, l’allora sconosciuta cinematografia australiana. Un legame ribadito da una ricca retrospettiva nell’87 proposta assieme all’Australian Film Commission.
Come premio ai vincitori del Festival, venne scelta la figura mitologica di “Cariddi”, l'inquietante creatura che atterriva dalla sponda siciliana coloro che dovevano attraversare lo Stretto, collegata a Scilla, sulla sponda calabrese. Un premio di derivazione mitologica anche ai migliori interpreti: la “Maschera di Polifemo”. 
Il palmarès dei “Cariddi” diventava sempre più ragguardevole, così come la programmazione dei film fuori concorso della “Settimana del film nuovo”, firmati da autori come Pier Paolo Pasolini, Dusan Makavejev, Derek Jarman fino allo “scandalo” del ’76, dell’”Impero dei sensi” di Nagisa Oshima.
Dal ’68 in poi anche il panorama divistico faceva sentire i suoi mutamenti: ecco arrivare star del “new american cinema”, come Warren Beatty, Robert Altman, Jack Nicholson, la Jodie Foster di “Taxi Driver”, ancora quasi bambina, appena più grande di Tatum O’Neal. E cresceva la schiera di presenze non hollywoodiane, come le attrici Vanessa Redgrave (arrivata con Franco Nero), Ingrid Thulin, Liv Ullmann, Verushka, Romy Schneider, e le registe Agnès Varda, Margarethe von Trotta e Jane Campion. Del tutto inattesa fu la crisi organizzativa nel ’78 e poi nel ’79, quando addirittura non si svolse il Festival competitivo e anche i David di Donatello furono consegnati altrove. A Taormina non era ancora stato inaugurato l’attuale Palazzo dei congressi e non c’era una valida sede alternativa per le proiezioni, eccetto il Teatro Antico. Da un lato, si cercò di superare lo stallo con un ritorno al passato, ospitando nell’80 - per l'ultima volta - ancora i David, in una serata importante perché monopolizzata, più che dagli attori, da autori del calibro di Andrej Tarkovskij, Rainer Werner Fassbinder, John Schlesinger e Marco Bellocchio. 
Tuttavia, in quel momento di crisi si delineavano i criteri di una svolta, con la creazione di “Taormina Arte” - come modello di raccordo di tutti gli eventi cinematografici, teatrali, musicali, di danza, di arti figurative e di video - mentre nell’81 il “Festival delle nazioni” assunse la denominazione di “Festival cinematografico internazionale di Taormina”, sempre guidato da Biraghi e destinato a film opere prime o seconde. Accanto al concorso nacque la “Settimana del cinema americano”, coordinata da Mario Natale, con l’intento di presentare una “vetrina” delle pellicole “made in Usa” o più commerciali per soddisfare la grande platea del Teatro Antico. In seguito Enrico Ghezzi l’avrebbe denominata “Cinema che verrà”. In questa sede più di un film destinato a sbancare il botteghino – “007 - Bersaglio mobile”, “Cercasi Susan disperatamente”, “Pretty Woman”, “Thelma & Louise”, “Basic Instinct”, “Pulp Fiction”, “Il corvo” e via dicendo - ha avuto il primo positivo test italiano a Taormina.
E ancora una volta si puntava creare una “Festa per il cinema”, facendo convivere le diverse anime del grande schermo, invitando Gérard Depardieu, Robert Duvall, Ben Gazzara, Greta Scacchi, Kathleen Turner, Gabriel Byrne, Susan Sarandon, perfino Steven Seagal e Kelly LeBrock, e contemporaneamente “vecchie glorie” hollywoodiane come Esther Williams, Glenn Ford, Cyd Charisse. Era la fase dell’incertezza della fine degli anni Ottanta, immortalata nel film “Visioni private”, con la regia collettiva di Francesco Calogero, Ninni Bruschetta e Donald Ranvaud, girato durante l’edizione dell’88: una commedia che ironizza proprio sulla vita di un festival cinematografico. Alla fine degli anni Ottanta la kermesse poteva anche cominciare a raccogliere i frutti di un’attività di approfondimento del fenomeno cinematografico, spesso autogestita da cineclub o spontanei gruppi di cinefili, in ogni caso assai vivace. Restano, tra gli esempi di quel decennio, i dibattiti su Marilyn Monroe, Alfred Hitchcock, Joseph Losey, Roger Corman; la riscoperta del regista Febo Mari; e finalmente la pubblicazione dei primi volumi sotto l’egida di “Taormina Arte”: “Brian De Palma - Il fantasma della cineteca”, “L’ultima onda - Immagini del cinema australiano degli anni ’70 e ’80”, “Peter Weir - Un cinema vissuto pericolosamente”, “Genere: femminile - Registe e sceneggiatrici nel cinema classico americano”, a cura rispettivamente, di Carmelo Marabello, Ninni Panzera, Filippo D’Angelo e Piera Detassis.  Una complessa eredità raccolta nel ’91 - dopo due edizioni di transizione dirette nuovamente da Rondi - dalla direzione artistica di Enrico Ghezzi, fortemente voluta dalla base dei cinefili. In otto anni di lavoro Ghezzi ha trasferito nelle sale del finalmente inaugurato Palazzo dei congressi e nel Teatro Antico i suoi percorsi “blobbizzati”, fatti di “schegge”, “code di cometa”, omaggi, multimedialità, misconosciuti cineasti, grandi maestri, cartoons, documenti, video, copie di lavorazione. Anni spesso difficili, a causa delle ricorrenti penurie finanziarie, ma nei quali Taormina ha ritrovato il gusto di svelare con i propri “Cariddi” importanti registi emergenti, in anticipo sugli altri Festival. Per fare qualche esempio: nel ’91 il “Cariddi d'oro” è andato a Mike Leigh con “Life is sweet” (la giuria era presieduta dal decano Jean Negulesco) e in concorso c’era anche “Riff Raff” di Ken Loach; nel ’92 Mohsen Makhmalbaf con “Ruzi ruzegari cinema” (presidente Samuel Fuller) ha prevalso, tra gli altri, su Claude Chabrol; nel ’93 la giuria guidata da Robert Parrish ha premiato “Sonatine” di Takeshi Kitano, preferendolo a “El mariachi” di Robert Rodriguez, "Calendar" di Atom Egoyan, “Petrified Garden” di Amos Gitai. Nell’impostazione voluta da Ghezzi, il concorso era soltanto un aspetto della ben più articolata struttura festivaliera, nella quale hanno via via trovato posto progetti mirati e intuizioni estemporanee: da una performance di Franco Battiato alle scorribande di Piero Chiambretti, dalle proposte di Tatti Sanguineti ai dialoghi con i protagonisti del cinema, anche quando non avevano un nuovo film da proporre. Perfino quando il Festival di Taormina è stato costretto a edizioni ridottissime, prima nel ’95 e poi addirittura trasferito a fine dicembre nel ’96 (unica edizione in autunno avanzato), non sono mancate le occasioni stimolanti: la mancata kermesse estiva del ’96, ad esempio, fu trasformata in una sorta di adunata degli stati generali del cinema italiano, un megaconvegno a cui hanno partecipato Marco Ferreri, Bernardo Bertolucci, Mario Martone, Dario e Asia Argento, Laura Betti e tante altre personalità vecchie e nuove della nostra cinematografia. E al ritorno alla normalità, nel 1997, il presidente della giuria Michael Cimino annunciò con orgoglio che per la prima volta un documentario, “The Saltmen of Tibet” di Ulrike Koch, era il vincitore del “Cariddi d’oro”, in un concorso senza distinzione tra fiction e non fiction, anticipando una tendenza poi consolidata nelle altre manifestazioni internazionali. Così, anche con Ghezzi, Taormina ha continuato a essere un’oasi quasi metafisica, un luogo di incroci spontanei, animati - citando alla rinfusa - da John Malkovich, Aki Kaurismaki, Quentin Tarantino, John Boorman, Jane Birkin, Abbas Kiarostami, Francesca Neri, Ciprì e Maresco, Monica Bellucci. Fino a Matt Dillon, chiamato nel 1998 per tornare a dare “brividi” hollywoodiani, in realtà più interessato a incontrare, nella quiete dell'Hotel San Domenico, Barry Gifford, lo scrittore di “Cuore selvaggio”, per progettare “City of Ghosts”, esordio alla regia di Dillon: l’ennesima creazione concepita a Taormina. Dal 1999 al 2006 è toccato a Felice Laudadio l’incarico di lasciare l’impronta della propria direzione artistica al “Taormina FilmFest”, così da lui ribattezzato. Nel ’99 i “Ciak d’oro” - per un’unica volta nella Perla dello Jonio - ebbero il compito di ricreare la “notte delle stelle” ma il maltempo (evento più unico che raro) impedì la cerimonia nel Teatro Antico, costringendo Simona Ventura a presentarla al Palacongressi. 
Laudadio nel suo primo anno confermò lo schema consolidato, con proiezioni serali di richiamo al Teatro Antico, denominando la sezione “Grande cinema”, e con la sezione dei film in concorso. Salvo poi optare dal 2000 per l’abolizione del concorso, lanciando la formula del “Made in english”, destinata a pellicole in lingua inglese, e instaurando un nuovo riconoscimento, il “Taormina Arte Diamond Award”, assegnato a personalità come Norman Jewison, Melanie Griffith, Tonino Guerra, Liam Neeson, Miriam Makeba e tante altre. Momento clou, tra i più intensi di tutta la storia festivaliera, della prima edizione del nuovo millennio fu la presenza di Tom Cruise, giunto in elicottero col regista John Woo per il lancio europeo di “Mission: impossibile 2”. Nel 2001 di assoluto impatto emotivo fu la proiezione di “Apocalypse Now”, in versione finalmente integrale, presentata dal direttore della fotografia Vittorio Storaro: mentre scorrevano sul grande schermo del Teatro Antico le immagini del capolavoro di Francis Ford Coppola, sullo sfondo l’eruzione dell’Etna completava uno spettacolo naturale unico. E altrettanto vulcanico ha cercato di essere Laudadio nei suoi anni al comando, variando più volte la formula nel tentativo di stare al passo con i tempi sempre più accelerati della globalizzazione. Ad esempio, accettando e stimolando l’avvento degli sponsor, al punto di arrivare alla denominazione di “Taormina BNL FilmFest”.  Nessuna competizione, ma molti riconoscimenti all’insegna della stima verso grandi personalità alle quali tributare il “Taormina Arte Award for Cinematic Excellence”, accompagnato dall’applauso del pubblico del Teatro Antico, andato tra gli altri a Robert Duvall, Joel Schumacher, Miklos Jancso, Marisa Paredes, Ornella Muti, Mariangela Melato, Michael Douglas, Antonio Banderas, Judi Dench, Virna Lisi, Victoria Abril, Malcolm McDowell, Hugh Hudson, Irene Papas, Bob Rafelson, Andie MacDowell. Nel 2003 Nino Manfredi, da sempre grande amico della Rassegna, avendo anche sposato la taorminese doc Erminia Ferrari, ritirò il premio dal maestro del cinema Gillo Pontecorvo e volle dimostrare la sua felicità – in quello che sarebbe stato il suo congedo dal pubblico – improvvisando un balletto sul palcoscenico. E il nome di Nino Manfredi è rimasto tuttora caro a Taormina grazie al premio a lui intitolato che viene consegnato nel Teatro Antico durante la cerimonia dei Nastri d’argento. La vitalità della kermesse fu dimostrata con un ennesimo cambio di pelle: nel 2007 la direzione artistica fu affidata alla giornalista americana Deborah Young, che stabilisce un doppio record: è la prima donna a condurre la Rassegna ed è la prima (finora l’unica) non italiana. Nelle edizioni da lei dirette fino al 2011 Deborah Young ha seguito una linea guida ben precisa: dare un’identità al FilmFest nel segno della centralità mediterranea di Taormina e della Sicilia, riportando la competizione, destinata però soltanto a film provenienti dai Paesi del Mediterraneo. E, anno dopo anno, a ogni cinematografia dei Paesi mediterranei è stata dedicata una sezione speciale: Egitto, Turchia, Francia (nel 2009 con un raffinato quartetto di dive transalpine: Catherine Deneuve, Dominique Sanda, Fanny Ardant e Barbara Bouchet), Spagna, sino ai Paesi del Maghreb. Naturalmente senza dimenticare le esigenze del Teatro Antico, dove non sono mancati blockbuster made in USA, da “Transformers” a “Toy Story 3”, che ha fatto debuttare nel monumento greco-romano gli occhialini necessari per la visione in 3D. Sotto la gestione di Deborah Young è nato il Campus destinato agli studenti che hanno affollato gli spazi del FilmFest per seguire le “Lezioni di cinema” di illustri protagonisti del grande schermo. Due nomi su tutti: Robert De Niro e Oliver Stone. 
Dal 2012 al 2016 le edizioni del Taormina FilmFest sono state affidate a Tiziana Rocca come direttore generale, affiancata nella selezione dei film dapprima Mario Sesti e poi da Jacopo Mosca e Chiara Nicoletti. Grande attenzione alle presenze di ragguardevoli ospiti d’onore: da Sophia Loren a Claudia Cardinale, da Giuseppe Tornatore a Monica Guerritore, da Russell Crowe a Terry Gilliam, da Meg Ryan a Jeremy Irons, da Paola Cortellesi a Sergio Castellitto, da Ornella Muti a Carlo Verdone e via dicendo fino a Richard Gere e Susan Sarandon, non soltanto del grande schermo ma anche della tv (il “Beautiful” Ronn Moss, la “Grey’s Anatomy” Ellen Pompeo), con un’accorta scelta delle proiezioni al Teatro Antico per soddisfare il grande pubblico, ma anche di efficaci “Taoclass” per incontri, oltre che con i già citati, anche con Patricia Arquette fresca di Oscar, Marco Bellocchio, Harvey Keitel, Thierry Frémaux, Oliver Stone, Jeremy Renner, Rupert Everett, Claudio Bisio, Fabio De Luigi, Carlo ed Enrico Vanzina, fino a Giovanna Ralli che proprio a Taormina nel 2015 annunciò il suo addio alle scene. Invece l’edizione del 2017 ha seriamente corso il rischio di non svolgersi, a causa di problematiche per l’assegnazione ai vincitori del bando per l’organizzazione, tra ricorsi e controricorsi. Ma volenterosamente il segretario generale di “Taormina Arte” ha coordinato una programmazione “in house”, senza proiezioni al Teatro Antico, ma con quattro fitte giornate (e anche un’intera “Notte del cinema”) di proposte all’insegna del “made in Sicily” con Masterclass dell’attrice Isabella Ragonese e dei registi Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, presentazioni di libri e tanti film come “La prova” di Ninni Bruschetta con Angelo Campolo e “La divina Dolzedia” di Aurelio Grimaldi e Guia Jelo. Dal 2018 l’organizzazione del Taormina Film Fest è affidata a Videobank - azienda di telecomunicazioni, leader in Italia e in Europa nei servizi di broadcasting video e uplink satellitare - di Lino Chiechio e Maria Guardia Pappalardo, che hanno coraggiosamente varato l’edizione numero 64 (nonostante il forte ritardo dell’assegnazione ufficiale) sotto il segno beneaugurante della splendida immagine del manifesto con Monica Vitti nel film “L’avventura”. Con la direzione artistica di Silvia Bizio e Gianvito Casadonte - sebbene la kermesse abbia potuto godere del Teatro Antico soltanto nella serata finale e si sia dovuta svolgere per intero nel Palazzo dei congressi - sono emerse con nettezza le linee programmatiche, a partire dal ritorno della competizione con la presenza di una giuria tutta al femminile presieduta da Martha De Laurentiis (con Maria Grazia Cucinotta, Eleonora Granata, Donatella Palermo e Adriana Chiesa) fino alla possibilità del confronto con personalità del cinema come Richard Dreyfuss, Terry Gilliam, Maria Sole Tognazzi, Monica Guerritore, Sabina Guzzanti, Matthew Modine e Rupert Everett. Proprio Everett, nell’occasione accompagnato dal costumista Maurizio Millenotti, ha tenuto particolarmente a presentare fuori concorso a Taormina il suo film d’esordio alla regia, “The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde”, la cui lavorazione era stata da lui stesso annunciata durante il FilmFest del 2015: un’ennesima promessa taorminese mantenuta. E ora nel 2019 un altro magnifico manifesto, con Stefania Sandrelli e Dominique Sanda nel film “Il conformista” di Bernardo Bertolucci, annuncia il Taormina Film Fest 65. Squadra che vince non si cambia: organizza Videobank, con la Bizio e Casadonte direttori, e finalmente con la certezza di poter avere ogni sera dal 30 giugno al 6 luglio lo smagliante scenario del Teatro Antico e di poter esprimere al meglio le potenzialità di una manifestazione che ha ancora una lunghissima e coinvolgente storia da raccontare.

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Franco Cicero

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