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Ricordando manfredi

SEMINA E RACCOLTO DI UN TENACE ATTORE CONTADINO
di Felice Laudadio

Il 4 giugno 2004 Nino Manfredi se n'è andato, a 83 anni, dopo aver dato tutto se stesso al cinema e al teatro. Esattamente un anno fa, il 12 giugno, Nino era a Taormina. L'avevo invitato per tributargli un omaggio e per conferirgli, sul palcoscenico del Teatro Antico, il Taormina Arte Award for Cinematic
Excellence che ricevette infatti dalle mani di Gillo Pontecorvo. Lentamente Nino si materializzò sul palco.

"Fu un'apparizione indimenticabile e preziosa per le migliaia di persone che affollavano il Teatro Greco ha ricordato qualche giorno fa su 'La Repubblica' Maria Pia Fusco che era mescolata fra gli spettatori. All'inizio della serata, seduto in platea accanto alla moglie Erminia, sembrava stanco, distratto, tutti i segni della malattia addosso. Poi, faticosamente, sorretto dalla moglie, era salito sul palco e il pubblico, in piedi, gli aveva tributato un lunghissimo e affettuoso applauso. E improvvisamente gli applausi e l'affetto gli restituirono vigore ed energie. Il corpo eretto, lo spirito lucidissimo, Manfredi ringraziò,
lanciò battute e quando arrivò il sottofondo della musica di Nino Rota si mise persino a ballare seguendo ritmicamente il tempo, con le gambe, con le braccia, con la mimica del volto".

Quando smise di danzare soavemente sulle musiche di 8 1/2 di Fellini e mentre sorridente s'apprestava, da solo, a ridiscendere la scaletta che l'avrebbe riportato in platea, il pubblico si levò per tributargli una nuova standing ovation.
Manfredi, che pure era uno strepitoso animale di palcoscenico, parve sinceramente sorpreso da questa seconda, interminabile ondata di applausi e di affetto. Ancor più sorridente, e grato, riguadagnò il suo posto e vi rimase, fino alla fine, a guardare il film che subito dopo cominciò.
Fu la sua ultima geniale improvvisazione teatrale, la sua ultima apparizione pubblica. Quel grande, grandissimo commediante che era Nino, non sarebbe potuto uscir meglio di scena.

Il Taormina BNL FilmFest 2004 ricorderà l'attore - ma anche regista, per esempio del bellissimo mediometraggio L'avventura del soldato - presentando al Teatro Antico, nella serata inaugurale del festival, le immagini di quella indimenticabile e indimenticata performance e presentando il giorno
successivo due degli oltre cento film da lui interpretati: Nell'anno del Signore di Luigi Magni, al quale il 13 giugno verrà conferito il Taormina Arte Award for Cinematic Excellence, e Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola che quel riconoscimentol'ottenne qualche anno fa.

Quello che segue è il testo di una lontana ma sempre attuale intervista che costituì l'occasione del nostro primo incontro, avvenuto a Roma nella sua casa all'Aventino il 16 dicembre
1978. L'articolo - nel quale Manfredi si racconta a tutto campo - fu pubblicato il 18 dicembre sull' Unità nella mia rubrica settimanale "Le interviste del lunedì".

Da dove vengo? Da lontano. No, scherzo, sono nato qui vicino, in un paesino del Frusinate. Ritorno da lontano, è più giusto. Dagli Stati Uniti, anzi dall’America, come dicono gli emigranti. Lo erano i miei nonni, e un po’ anche mia madre. Poi mia nonna perse un fratello, là in America. Ci stava male, tornò, e si portò con sé mia madre, da Saratoga. La nonna e il nonno non si sono visti per
25 anni. Capisci perché non era solo una prestazione professionale la mia interpretazione in Pane e cioccolata di Franco Brusati, un film in chiave amaramente comica sulla tragedia e sulla condizione degli emigrati?
Nino Manfredi si accalora. Il ricordo delle “origini” gli piace, non fa nessun tentativo, nessuno sforzo per nasconderle.
I miei erano contadini. Lo era mio nonno, che parlava col Padreterno, a tu per tu, con familiarità, e che mi ha ispirato il personaggio del farmacista di Per grazia ricevuta. Lo era mio padre, che a 14 anni si ritrovò capofamiglia, e dopo aver fatto il contadino, fece il ciabattino, sperando che si
guadagnasse di più, e invece niente. Fino a quando non fece la scelta che fanno tanti “disperati” in cerca di una sistemazione stabile, del pane sicuro per sé e per i figli, ai quali garantire magari anche il companatico, che nel caso di mio padre voleva dire lo studio, la scuola, la laurea. Il suo sogno: avere i figli professionisti, anzi liberi professionisti.
Tutto sta in quel “liberi”. Così si trasferì a Roma ed entrò nei vigili urbani. Ma il corpo fu sciolto e si ritrovò nella polizia. Fece carriera e diventò maresciallo, segretario di un questore.
Per mantenerci agli studi, me e mio fratello, faceva due lavori: di giorno il poliziotto, di notte il guardiano allo Sferisterio dell’Urbe. S’ammazzava. E tutto per farci studiare: i migliori collegi, i migliori professori. Con mio fratello gli andò bene: lui era bravissimo, studiava, veniva promosso.
Ora è primario al Regina Elena di Roma. Con me, invece… Fui bocciato tre volte. Mio fratello, più piccolo di quasi tre anni, a un certo punto me lo ritrovai in classe.
“Che intelligente – dicevano di me i professori –, ma non ha voglia di far niente. Non studia, sogna”.
Era vero. Io a scuola mi annoiavo. Mortalmente. Ma bastava che il professore di matematica facesse l’esempio dell’albero sul quale ci sono 50 pesche, che io ero già su quell’albero, ma mica a fare le addizioni, o le sottrazioni. No, macché… da quell’albero prendevo il volo e via, a inventarmi storie, favole, avventure…
Quel che mi piaceva era “fare il teatro”. Fin da ragazzino, all’oratorio, mentre gli altri giocavano al pallone, io facevo “le recite”. A casa rubavo lenzuola per fare i fondali, e i copriletto (sai, quelli rossi, che si attaccavano ai balconi per le processioni dei santi) erano dei magnifici sipari. Quante
botte prendevo da mia madre… ma solo per le lenzuola, mica per il teatro. Una volta mi disse che lei “da grande” avrebbe voluto fare la ballerina, o l’attrice. Era stata in America, e quindi era più evoluta, un po’, delle altre ragazze del paese. Ma che scandalo però, al paese, quando
da ragazzina andava in giro sulla bicicletta che s’era portata dall’America…
Fu lei la prima a sapere che m’ero iscritto all’Accademia [d’Arte Drammatica, n.d.r.].
Con mio padre, silenzio. Sarebbero stati guai. Lui credeva che andassi all’Università,
io invece m’alzavo la mattina alle sei e mezza e via, a imparare a recitare. Quando mio padre lo seppe successe il finimondo. Poi abbozzò, capì, e facemmo il compromesso:
potevo frequentare l’Accademia purché non saltassi un esame all’Università.
Furono anni durissimi. Mio padre, ormai stanchissimo, ci chiese di contribuire al bilancio familiare.
Ci trovò anche un lavoro, a me e a mio fratello. Vendevamo i biglietti allo Sferisterio.
Tre anni così: mattina e pomeriggio all’Accademia (una fame… Con Buazzelli, a
mezzogiorno, dividevamo tutto quel che avevamo: pane e sputo), tardo pomeriggio a studiare per gli esami e serata allo Sferisterio.
Le forze che mi ritrovavo mi venivano dalle mie origini contadine, benché ormai fossimo una famiglia piccolo-borghese che aveva progressivamente “conquistato” Roma, palmo a palmo: appena arrivati in città abitammo al Mandrione, in subaffitto da un casellante ferroviario, poi alla Caffarella, ancora in subaffitto, poi a San Giovanni, dove ancora sta mia madre, mentre io passai a San Saba e infine
qui, all’Aventino, che era il sogno di mio padre che mi ci portava a spasso, a piedi, quasi tutte le domeniche.
Una fatica, per me. Ma, come vedi, mi ha influenzato a tal punto, mio padre, anche in questo, che la casa, alla fine, fatti i soldi, l’ho cercata e l’ho trovata qui. E guarda che cattedrale…
All’Accademia, dove andavo in bicicletta, una bicicletta rubata ai tedeschi che non aveva le gomme (ma io le avevo sostituite con la corda), ebbi per maestro Orazio Costa. In un certo senso debbo tutto a lui. È lui che mi ha fatto riscoprire, dentro di me, la natura, è lui che ha sviluppato il mio
senso di osservazione della natura, dei suoi ritmi, delle sue leggi. Come credi che abbia elaborato la mia prima morte in scena, sparato al petto? Osservando la caduta di una foglia morta.
(E qui Manfredi si alza in piedi e mima la caduta della foglia, sì che ti pare di vederla e non c’è.)
E quando ho interpretato il personaggio del guappo in Operazione San Gennaro?
Ho studiato attentamente tutti i movimenti del gatto. Ce lo vedi uno più guappo di un gatto? E quando ho
fatto Il padre di famiglia? Mi sono studiato le formiche.
Gli altri incontri fondamentali della mia vita sono stati quelli con Eduardo, e poi con Chaplin, attraverso lo schermo, e con Petrolini, il grande Petrolini, che non ho mai conosciuto, attraverso i dischi. Cosa m’hanno insegnato? Un segreto? No, m’hanno insegnato a “comunicare”. Da dove credi che venga quello che molti chiamano “il calore umano” di Manfredi sullo schermo? Da quella carica di
umanità che uno ha dentro, ma che non viene fuori se non la coltivi, se non la nutri, e che diventa man mano capacità di comunicare, di dire delle cose attraverso determinati veicoli.
Per l’attore sono la mimica, la recitazione, l’uso del corpo, della voce, del volto.
Certo che cambia tutto quando passi dal teatro al cinema.
Quand’io l’ho fatto, non come scelta alimentare ma professionale (quante ”marchette” cinematografiche ho dovuto fare per sfamarmi, perché in teatro guadagnavo tanto da non poter neppure sopravvivere), ho dovuto cominciare a specializzarmi. A capire cos’è il cinema, la macchina cinema, cosa sono e come si usano gli obiettivi, che resa aveva il mio volto sullo schermo, a seconda
della differenza dei piani: campo lungo, campo medio, primo piano. A capire come, ora, dovevo muovere diversamente gli occhi, la bocca, i muscoli della faccia.
Tutto uno studio di piccole cose, ma anche di testi, Sadoul, Chaplin, Truffaut.
E poi del cinema mi sono innamorato, come sono innamorato del mio mestiere di attore. Sì, è vero, ho fatto anche due regie, ma non ci tornerei volentieri dietro la macchina da presa, pur se ho un progetto di questo tipo in futuro, perché non voglio smettere di fare l’attore. Fra l’altro,
dirigendomi, non posso vedermi. E se pensi che quando rivedo i film che ho fatto, anche quelli solo interpretati, quasi tutti, mi vien voglia di bruciare tutto e di rifare da capo ogni cosa, puoi ben capire che razza di pignolo rompiscatole posso essere. Esigente, certo, esigente con
me stesso. No, non mi capita spesso di poter partecipare al montaggio di un film diretto da altri, come sta avvenendo con Montaldo per il suo Giocattolo. Ma sai, con
Montaldo ho avuto e ho un rapporto splendido, e poi è stato lui stesso a chiedermi di assistere al lavoro di montaggio. In genere mi piace farlo, ma dipende molto dal regista.
Ce ne sono alcuni, del tipo regista-scrittore, per intenderci,
gelosi, meschini. Da cosa devo difendermi? Da certe proposte che, ancora dopo molti anni, continuano a farmi. A me m’ha proprio fregato il successo di quella battuta televisiva: “Fusse che
fusse la vorta bbona”. M’ha impresso il marchio del ciociaro, “donde per cui” una valanga di proposte: Ninetto ciociaro cor caretto o Nino tarallucci e vino. Mi offrivano tanti
soldi quanti non ne ho mai guadagnati, né ieri né oggi. E sono stato anche tentato di farne uno, di questi film. Ma per fortuna mia moglie ha avuto il coraggio di fermarmi. Devo
molto a lei.
Ho anche imparato che non si può fare tutto: devi scegliere, devi saper scegliere. Anche in questo sono rimasto contadino: si semina, e poi si fa il raccolto, una volta l’anno. Sì, certo che ci sono i concimi chimici, ora, che ti consentono anche due raccolti: ma il grano non è della stessa qualità.
Io ormai posso e voglio fare un solo film all’anno, e poi sono lento, anche la mia recitazione è lenta, come le mie scelte.
Per questo, per esprimermi, ho bisogno di un mezzo veloce, come il cinema.
No, in teatro per ora non ci tornerei. Chissà, se potessi interpretare un grosso personaggio, uno in cui mi posso ritrovare… Sì, spesso tendo a caricare di contenuti autobiografic
le mie interpretazioni, i miei personaggi. Chi non è d’accordo, qualche volta, è mia madre. Lei avrà visto
nella sua vita una decina di film, tutti miei. Beh, sai cosa m’è successo una volta? C’era la prima di Per grazia ricevuta.
Nel film, come forse ricordi, io facevo la parte di un ciabattino, come mio padre prima della “trasformazione”.
Bene. Finita la proiezione, raccolgo complimenti straordinari da tutti. Tutti felici e contenti. Mia madre, invece, una faccia scura … “A ma’, che ciài?”, chiedo. “Ma come, Nino – mi fa –. Ci siamo ammazzati per farti diventare avvocato, e tu stai ancora lì a fare il ciabattino?”

Reg./Dir.:
Ettore Scola
Sogg./Story & Scen./Script:
Ruggero Maccari

 

 


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