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::: Marilyn Forever :::

Marilyn Monroe

Quarant’anni fa, la notte del 5 agosto, Marilyn Monroe veniva trovata morta nella sua abitazione di Bretwood, un sobborgo di Los Angeles con accanto un flacone di “Nembutal” vuoto, mentre stringeva ancora nella mano la cornetta del telefono. Si è parlato, scritto molto, troppo, su quella scomparsa e sulle particolari circostanze in cui avvenne. Nessuna ipotesi, nemmeno la più balzana e paradossale, ci fu risparmiata sul perché, sul come Marilyn Monroe fosse morta o si fosse data la morte. L’unico fatto incontestabile resta, per altro, l’impatto choccante, prolungato che un simile evento innescò dovunque e tra le persone più diverse. Quel che fu detto, allora e anche in seguito, su quella tragica vicenda costituì soltanto la sbrigativa legittimazione, com’ebbe a dire acutamente Vittorio Sermonti, di una “favola abbastanza sciocca e abietta”.

Inutile oggi, rivangare ancora affimeri splendori e sicure miserie della tribolata esistenza e della desolata fine di Marilyn Monroe. Ancora più superfluo poi voler definire entro meccanici schemi la carriera o, se si vuole, il mito di un simbolo del successo che sembrava dovesse durare per l’eternità.

            Ora, quarant’anni dopo, l’omaggio più sincero, più giusto che si possa tributare a quel cosiddetto sex symbol, a quella mmillantata bomba erotica, a quella vamp – che peraltro non “vampirizzò” mai nessuno, ma fu piuttosto “dissipata” dagli altri, tutti gli altri che distrattamente o cinicamente attraversarono la sua vita – resta semmai veder rivivere Marilyn Monroe, con disarmante candore e ironici ammiccamenti, nelle sequenze di vecchi film forse non eccelsi e comunque intrisi di una sorridente, disincantata filosofia delle cose umane. Fra questi stessi film, ce n’è uno del ’56, Fermata d’autobus, tratto con abile mestiere da Joshua Logan dalla commedia di William Inge, si dimostra, pur nella sua circoscritta portata, più che rivelatore non solo di quell’ingenuità (presunta o vera che sia) propria di certo mondo americano di provincia, ma, ma specificamente della duttile, fervida espressività di Marilyn Monroe, intenta per l’occasione a mimare se stessa o a rifare il verso alla stereotipata immagine esteriore di lei medesima che spettatori pigri ed esegeti fin troppo disinvolti hanno voluto ostinatamente accreditare.

            Vedere dunque oggi sullo schermo Marilyn Monroe significa, d’immediato riflesso, ripensare soprattutto con qualche rimorso al passato speso tra colpevoli distrazioni e dissipatrici indulgenze agiografiche. “Un pietoso, piccolo clown, è stata esemplarmente definita la finta scafata Chérie incarnata dalla attrice appunto in Fermata d’autobus, parodiante Marilyn Monroe che dà al film, all’improvviso, una dimensione tragica. Si ride, ma spesso siamo alle soglie dell’atroce”. Il cow-boy goffo e brutale, l’entraineuse maggiorata e svampita, sono posti a confronto, in Fermata d’autobus, in una “guerra dei sessi” che sconfina spesso nella farsa patetica soltanto per tacere delle autentiche lacerazioni, dei persistenti tabù, del sessuofobico puritanesimo americano. E il posticcio “lieto fine” del film non sancisce minimamente la soluzione migliore di un verosimile dramma, quanto sugggella con uno sberleffo trasparente l’approdo mistificatorio tutto conformista di un improbabile happy end.

            Sì certo, anche per Marilyn Monroe, dopo l’oltraggio d’una infanzia, d’una adolescenza vissute nell’indigenza, nello squallore più devastante, ci furono giorni, tempi (relativamente) fausti, gratificanti. L’incontro e il seppur brave matrimonio con Joe Di Maggio. I film del successo, della consacrazione di star incontrastata – da Niagara a Gli uomini preferiscono le bionde, da Quando la moglie è in vacanza al brillantissimo A qualcuno piace caldo – costituirono, in effetti, altrettante tappe di una carriera esteriormente trionfale, senza ostacoli di sorta. Beninteso, le cose non stavano così. Marilyn Monroe, congenitamente malata di un’insicurezza, di paure mai sanate, covava in sé, anche suo malgrado, una fatica di vivere destinata a farla giungere immaturamente, ad approdi dolorosamente autodistruttivi. E, quel che è peggio, sapendo, presentendo – parrebbe – anche per balenanti illuminazioni l’amara sorte che le era riservata: “Mi piacerebbe diventare una grande attrice, una vera attrice, ed essere felice nel modo più perfetto possibile. Ma chi è felice?…In genere, come adesso, non sono per niente una persona felice. Se c’è un modo in cui mi sento di solito, è quello di essere triste come un cane smarrito…”

            Le ulteriori, decisive esperienze dell’esistenzialità inquieta, inappagata di Marilyn Monroe si radicano, si articolano innegabilmente nel successivo, importante incontro con il drammaturgo Arthur Miller, nel loro poco durevole rapporto coniugale, e quindi nella ulteriore, filiale consuetudine, a New York, con Lee Strasberg e il suo celebre Actor’s Studio; ma cruciale, determinante, nella parabola professionale e umana di tanto e tale personaggio, fu senz’altro la tempestosa, spossante lavorazione del film di John Huston Gli spostati (1961) che, basato su un’originale sceneggiatura di Arthut Miller, costituì per i maggiori interpreti – appunto, Marilyn Monroe, Clark Gable, Montgomery Clift – un impreveduto, spietato “bacio della morte”, anche al di là dell’intensa, memorabile aura di epocale disastro, di ineludibile resa dei conti che la stessa opera prospetta come apologo ammonitore della fine di un’era, della stessa favolosa e favoleggiata fabbrica delle illusioni hollywoodiane.

            Infiniti e spesso indebiti furono gli epitaffi in morte di Marilyn Monroe. Lei, l’attrice e la donna segnata reiteratamente, impietosamente da volgari strumentalizzazioni, da oltraggi indicibili, sopravvive comunque, ancor oggi, nella sua nativa innocenza, nella sua prodiga disponibilità, anche e soprattutto quale emblema irripetibile di una sofferta condizione femminile chiamata ad un interrotto cimento, a non procrastinabili sfide con pregiudizi e chiusure tipici della intolleranza manichea di una consolidata realtà. Marilyn Monroe, seppure per naturale intuizione e senza alcun filtro razionale, sapeva, capiva tutto ciò. Specie quando confessava più a se stessa che ai suoi interlocutori: “… a me le persone piacciono molto e così credo almeno, anche se spesso ho dei dubbi sulla mia socievolezza … Forse il dramma della mia esistenza è tutto qui, ma può darsi che la cosa riguardi anche molte altre persone. Ci piace restare soli e nello stesso tempo vorremmo avere una compagnia. E’ un conflitto vero e proprio che a volte, più volte, mi ha fatto compiere passi avventati”.

            In memoria ed a risarcimento dovuto della rimpianta Marilyn Monroe non sono più leciti, perciò, specie oggi, a quarant’anni dalla sua scomparsa, le facili, abusate mitizzazioni, né la feticistica idealizzazione di un personaggio, di una figura per tanti aspetti più vera, più tragica di quel che irriflessivamente, banalmente si è ritenuto che fosse. Come si diceva prima: un irresistibile sex symbol, una bomba erotica, un’esosa vamp biondo platino. E basta. Soltanto i suoi ammiratori, intelligenti, c’è da dire, intuirono a fondo, fin dai suoi inizi, ciò che era, che voleva essere davvero l’indifesa, eppur generosa, intrepida Marilyn Monroe. Qualcuno tra questi ebbe a scrivere con folgorante sapienza analitica: “Come attrice sembrava avesse la vocazione della commedia, come donna aveva certamente quella dell’infelicità. Anche per ciò la sua morte ci dà pena: è difficile che un’infelice sia un essere mediocre”.

            Parole queste, di solidale, civilissima pietà cui fanno coerente eco i versi poeticamente  impareggiabili di Pasolini che così pianse, appunto, Marilyn Monroe: “Del mondo antico e del mondo futuro / era rimasta solo la bellezza, e tu / povera sorellina minore, / quella che corre dietro i fratelli più grandi, / e ride e piange con loro, per imitarli, / tu sorellina più piccola, / quella bellezza l’avevi addosso umilmente, / e la tua anima di figlia di piccola gente / non ha mai saputo di averla / perché altrimenti non sarebbe stata bellezza. / … La tua bellezza sopravvissuta dal mondo antico, richiesta dal mondo futuro, posseduta dal mondo presente, divenne un male mortale”. Sì, fu così l’avventura di Marilyn Monroe. Una breve vita infelice.

Sauro Borelli

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