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Franco Indovina, autore più che regista
Gregorio Napoli
Mentre l'animo sanguina, incrinato dal ricordo di tanti cari amici
falciati, anche il rito dell'elogio funebre riesce soltanto a confermare
la profonda inutilità di ogni gesto umano. Tra le vittime
di Punta Raisi è Franco Indovina, una delle voci più
personali e interessanti del nostro cinema. Era partito da Palermo,
anni fa, carico di entusiasmo, fornito di un ineccepibile bagaglio
culturale, innamorato della "sua" arte, alla quale si
iniziò frequentando l'illustre scuola di Michelangelo Antonioni.
Non è questo il momento di tentare un bilancio critico di
quest'esperienza registica che dalla routine della nostra produzione
giovane si staccava per dignità e compostezza di stile, per
umana pietà verso i personaggi, per un pizzico di intellettualismo
che, al momento giusto, sapeva diventare intelligente postilla ad
un certo costume contemporaneo.
Al fianco del grande regista ferrarese, aveva militato in opere
come L'avventura e L'eclisse, realizzate all'inizio degli "anni
sessanta". E proprio Antonioni aveva poi avallato il suo esordio,
consentendo a firmare la "prefazione" di un film ad episodi,
I tre volti (1964), interpretato dall'ex principessa Soraya, alla
quale Indovina si legò sentimentalmente. Di quel film, ampiamente
discusso dalla critica, il regista palermitano diresse il capitolo
Latin Lover, dove a Soraya si affiancava un divertito alberto Sordi.
Era la storia di una miliardaria americana che, in vacanza a Roma,
accetta la corte di un "bullo" italiano, regolarmente
patentato da un'apposita agenzia internazionale: un raccontino fragile,
ma guidato con buon gusto e, soprattutto, con quella misura che
di Indovina saranno le doti ricorrenti.
Poco felice al suo secondo film (Menage all'italiana), il giovane
autore mostrava però di interessarsi concretamente alla viva
cronaca, allora piena delle gesta di un collezionista di mogli;
e, benché commerciale, l'impresa serviva a documentare una
non comune abilità nella direzione di un attore sorvegliato
ed esigente quale Ugo Tognazzi. Intanto, veniva maturando, al fianco
del regista di puro intrattenimento (si veda, ad esempio, la partecipazione
al film Menage all'italiana del 1965) una sua personale spiritualità
Già il soggetto di Sissignore (1968) è una positiva
indicazione in tal senso: diretto da Ugo Tognazzi, il film rivelava
notevoli doti di osservazione, con speciale riguardo ai vizi costanti
del nostro costume. Indovina giungerà a completa maturazione
stilistica col successivo Giochi particolari (1970), in cui mette
a fuoco la crisi spirituale di una certa borghesia, impersonata
da un "guardone" aristocratico che si serve della macchina
fotografica per naufragare nell'abisso dello scetticismo e di una
cinica amoralità.
Tre nel mille (1971) porta a compimento questo processo di evoluzione
presentando un gruppo di personaggi umiliati dalla fortuna, calati
nella cruda realtà di un medioevo nel quale sono compendiati,
simbolicamente, tutti i mali, le brutture e i disinganni che la
gente umile ha subito e subirà nella storia. Fu un film non
troppo fortunato sotto il profilo commerciale, ma certamente indicativo
di una personalità ormai considerevole, che avrebbe potuto
darci opere orientate nella direzione di uno stimolante cinema psicologico.
Chi sa quanti progetti aveva, povero Franco. Chi sa quanti propositi,
quanto desiderio di fare sempre di più, sempre meglio, per
l'affermazione di un'arte alla quale aveva dedicato tutto se stesso.
I suoi sogni, purtroppo, si sono infranti su una roccia.
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