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FRANCO INDOVINA UN CINEASTA DA RICORDARE
di Gregorio Napoli
Era lunedì 3 luglio 2000 e nella sala B del
Palazzo dei Congressi, a Taormina, attendevamo Tonino Guerra. Scrittore
brillante, sceneggiatore esimio, conversatore affabile. Il FilmFest,
dinamicamente diretto da Felice Laudadio, gli rendeva omaggio commentando
una ineffabile raccolta di prose, "Viaggi vagabondi" (Angelo
Scandurra editore, Catania, 2000), quarantatre racconti di affascinante
lettura, diciamo un piccolo film ad ogni volger di periodo. Si tratta
di un'opera popolata dai lieti fantasmi che accompagnano l'Autore
de L'uomo parallelo e La pioggia tiepida: le donne che lo hanno
ispirato, i religiosi che gli hanno insegnato l'alfabeto spirituale,
la gente umile di cui ha carpito l'antica saggezza. Ed i registi,
ovviamente; la fauna cinematografica con cui ha lavorato: da Elio
Petri a Federico Fellini, da Andrei Tarkovskij a Sergej Paradzanov
(lui preferisce allitterarlo in Paragianov), da Michelangelo Antonioni
ai fratelli Taviani. Durante l'incontro nella sunnominata sala B,
dalla memoria incrollabile di Tonino Guerra sorge il nome di Franco
Indovina. "Come fate voi siciliani - si chiedeva, avendo nel
sottoscritto un momentaneo punto di riferimento - a non commemorare
questo vostro cineasta? Badate che Ingmar Bergman, dopo aver visto
Tre nel mille, mi disse: "Tenete d'occhio quel ragazzo. E'
un vero artista." Fu per me una frustata. Chiesi il microfono
e replicai: "Maestro, Franco Indovina è morto nella
notte tra il 5 e il 6 maggio 1972, nella sciagura aerea di Punta
Raisi" - e da allora non sono mai riuscito a sollecitare gli
organi di stampa per celebrare degnamente le effemeridi. Ricorderò
soltanto che all'alba del 6 maggio, quando la notizia del disastro
ed i nomi delle vittime si diffusero a Palermo, la città
sembrò avvolta in una triste cappa di piombo." Già,
un manto d'oblio si è steso su Indovina e sui suoi 104 compagni
di sventura, fra i quali figuravano altri nomi illustri della nostra
intelligenza.
Felice Laudadio coglie la palla al balzo che annuncia che Taormina
2001 promuoverà una retrospettiva completa su Franco Indovina,
con adeguato ausilio di corredi biofilmografici. Vorrà dire
- per dirla con un verso di Alberto Arbasino - che anche noi siamo
stati capaci di una buona azione. Nato a Palermo nel 1932, Indovina
esordisce in teatro quale aiuto al Piccolo di Milano. Poi si dedica
al cinema con l'episodio Latin Lover da I tre volti (1964), con
Soraya ed Alberto Sordi; prosegue una ben degna carriera dirigendo
Ugo Tognazzi in Menage all'italiana, Vittorio Gassman ne Lo scatenato,
Franco Parenti e Carmelo Bene in Tre nel mille, Marcello Mastroianni
in Giochi particolari. Sempre recando dignità alla commedia,
ora con le confessioni di un attempato gaudente, ora con le peripezie
di un Andrea Sperelli negli anni che precedono la legge sul divorzio,
ora descrivendo la fragilità morale di un attore, ora indugiando
sugli evi bui, ora scrutando nella crisi di una borghesia viziata.
Se Taormina scioglierà il nodo della dimenticanza, magari
coinvolgendo lo scrittore Edoardo Rebulla che nel recente Sogni
d'acqua (Sellerio, 1999) ha evocato la caduta del DC 8 sulla Montagnalonga
a sud di Palermo, farà opere di recupero, nel segno di una
cultura troppo presto stroncata dal fato. Tonino Guerra, nei suoi
"Viaggi", rivede uno smeraldo, "la pietra preziosa
che la Princessa Soraya portava al collo quando viveva i suoi giorni
felici a Roma con Franco Indovina, amico carissimo e uomo di cinema
di grande valore". E queste parole sembrano già l'inizio
di una nobile prefazione.
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