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Per Franco Indovina
di Roberto Andò

Conservo alcune foto che lo ritraggono durante la lavorazione di Salvatore Giuliano di Francesco Rosi. Sono scatti che Enzo Sellerio regalò a mia madre dopo l'incidente di Montagnalonga e che ce lo consegnano così come nitidamente e indelebilmente è rimasto nel ricordo di chi ha avuto modo di conoscerlo: affascinante, elegantemente colto, inquieto, curioso. Per me che ne ho una memoria cristallizata alla mia adolescenza quelle foto conservano un sapore talismanico, ci vedo un certo modo naturalmente flaneur di stare dentro il mondo del cinema e il contrassegno dell'albero genealogico nobilissimo da cui provengono i film che ci ha lasciato.
Rosi, De Sica, Visconti (fu suo assistente in teatro) e naturalmente Michelangelo Antonioni, maestro e amico, complice e sodale di una esistenza troppo breve per non aver lasciato coi consueti rammarichi un senso d'incompiuto e di tragicamente interrotto.
Non è facile parlare di una persona che abbiamo amato in modo misterioso, la cui frequentazione è legata a attimi fugaci e intensissimi, che per me che avrei fatto il suo stesso mestiere retrospettivamente appaiono irreversibilmente propiziatori. Ci vedemmo molto un'estate in cui con la barca di Marco Ferreri e alcuni amici aveva voluto fare un giro dei mari siciliani per lasciare annusare a Soraya il suo luogo d'origine. Lo andavo a trovare con mio padre e mia madre, e trascorremmo interi giorni insieme. Avevo già deciso di fare quello che poi si sarebbe avverato e lui fu un dolcissimo, prodigioso, incantatore. La vita ha il dono di offrirci delle cerimonie delicate in cui ci si scambia qualcosa che solo dopo, anni dopo, nel tragitto compiuto, sveleranno il loro tesoro nascosto. Ed è vertiginoso pensare che in questa cerimonia si sia meravigliosamente svelato come l'arabesco di un mandala, il destino artistico di Lorenza, che col suo stesso sorriso, è diventata attrice, peraltro tra le più brave e intense del nostro cinema. Forse anche compiendo, col salto mortale del suo mestiere, un viaggio verso quel senso di oscuro, d'ignoto e al contempo di dolcissimamente familiare, che è anche il delicato, rischioso, ricercare un padre ingiustamente sottratto a lei e alla sorella Francesca troppo presto, amatissimo e subito assente, ma eternamente balenante nel bagliore mitico di chi è uscito da casa con un sorriso e non è più tornato.
Ma perché è meritorio questo omaggio che il direttore del Festival di Taormina, Felice Laudadio, ha voluto dedicargli? Perché il cinema vive singolari cicli della memoria, e al di là delle riscoperte postume, delle rivalutazioni, delle riparazioni, che sono complementari a una naturale propensione all'oblio, si compiace di vivere in una sorta di eterno presente. Franco Indovina è stato peraltro un regista eccentricamente non etichettabile, frequentatore di generi disparati, dalla commedia nera, al grottesco, al plot esistenziale, sino al medioevo inedito di Tre nel mille, opportunamente privilegiato per questa iniziativa. Eccentriche le sue collaborazioni, a cominciare dagli attori del film che si vedrà a Taormina, Carmelo Bene, Giancarlo Dettori e Franco Parenti che impastano della trasognata e corporea vitalità del teatro l'incedere visionario di quello che a mio parere è il suo film più bello. Non è facile immaginare che tipo di film avrebbe fatto dopo questo sorprendente Tre nel mille, dove il medioevo diviene l'occasione per uno squarcio da dopostoria, pervaso di pietas e humour. La sua filmografia disegna il ritratto di un intellettuale, affascinato da una varietà di toni di voce , da registri diversi, anche inediti nella nostra più comune congerie stilistica, dalle zone più impervie del raccontare e attratto dai grandi attori, da Sordi a Tognazzi a Gassmann a Mastroianni.
Molte volte si è usata l'immagine della crisalide per indicare il lavoro del cineasta e mai essa ha rischiato di apparire così adatta come in questa circostanza.
Come sempre, anche in modo terribile, nel cinema, si intrecciano in modo struggente e lucido, cio' che è dentro al fotogramma e ciò che è rimasto fuori. Anche in questo la parabola di Franco Indovina riverbera una luce speciale, che durerà nel tempo.