|
|
La celluloide e il marmo
I restauri dell'Associazione Philip Morris Progetto Cinema nel panorama
del cinema italiano
Se ci ricolleghiamo al celebre testo in cui Eric Rohmer tratteggia
la collocazione ideale del cinema italiano in una moderna tassonomia
delle arti, appare subito evidente come la sponsorizzazione privata
in Italia si orienti tradizionalmente più verso l'asserita
perennità del marmo che non verso l'apparente volatilità
della celluloide. Conseguenza non inattesa del peso e della responsabilità
della storia: croce e delizia di un paese su cui insiste una parte
preponderante del patrimonio artistico dell'umanità. Nel
secolo appena trascorso tuttavia, una dinamica accelerata del tempo
- cui non è estranea l'invenzione dei Lumières - ci
ha proiettato in un'esperienza concettuale e sensoriale affatto
inedita rispetto alle generazioni precedenti, trasformandoci nei
posteri di noi stessi. La nuova metafisica del tempo risulta consustanziale
alla velocità con cui la luce reinterpreta il mondo fissando,
nel cinema, quella verità 24 fotogrammi al secondo intuita
da Jean-Luc Godard. Ed è infatti soprattutto al cinema che
noi sperimentiamo l'impressione di passato della modernità
appena trascorsa, per cui non soltanto i film visti dai nostri padri
e nonni bambini, ma quelli della nostra stessa giovinezza, si caricano
di struggenti, si caricano di struggenti valenze antiquariali pur
restando - ed è questo uno dei più inspiegabili paradossi
del cinema - nostri contemporanei. Dispositivo descritto sulla pagina
dal Cocteau che ci parla della "morte al lavoro", e ancor
meglio fissato sullo schermo da Augusto Genina quando mostra, nel
finale di Prix de beauté l'eternità della bellezza
di Louise Brooks nell'attimo della sua stessa morte sulla scena.
Il cinema dunque, per la fragilità del suo supporto unita
alla capacità di resistenza storico-emozionale delle sue
immagini, è oggi un'arte che pretende interventi di conservazione
contemporanei al processo di creazione. La consapevolezza di essere
conservatori della più grande arte del nostro tempo, va di
concerto con la presunzione implicita di poter diventare conservatori
del quantum di memoria storico-esistenziale incapsulata in ogni
singolo fotogramma e suscita la "passione ardente" delle
cineteche, animandone entusiasmi e gelosie professionali, polemiche
superficiali e solidarietà profonde. Negli ultimi dieci anni,
in questa appassionante lotta contro il tempo per conservare l'arte
del nostro tempo, la Scuola Nazionale di cinema si è trovata
spesso ad operare fianco a fianco con l'Associazione Philip Morris
Progetto Cinema, unica istituzione costituita con la precisa finalità
di investire sulla persistenza delle immagini e di lavorare in sintonia
con la modernità. Fondata nel 1991, l'Associazione Philip
Morris Progetto cinema di cui è Responsabile Esecutivo Alessandra
Giusti, parte dalle origini, collaborando con il Museo Nazionale
del Cinema di Torino al recupero di La signora dalle camelie di
Gustavo Serena, una delle più affascinanti interpretazioni
di Francesca Bertini, ritrovato al Nederland Filmmuseum di Amsterdam.
Nel 1993 inizia la collaborazione con la Cineteca Nazionale che
porterà in meno di un decennio alla costituzione di una sorte
di cineteca ideale di capolavori restaurati inaugurata da La terra
trema, il cui restauro è seguito da Giuseppe Rotunno, che
mette la sua esperienza di direttore della fotografia con Luchino
Visconti al servizio di un'attenta ricostruzione filologica dell'opera,
e che continuerà anche in seguito a sovrintendere alle operazioni
di laboratorio. Al capolavoro di Visconti seguono: Sciuscià
di Vittorio De Sica (1994) e Il cappotto di Alberto Lattuada (1995)
che riprende la collaborazione con il Museo Nazionale del cinema
di Torino, mentre nel 1996 nasce uno dei progetti più inediti
che consente, con 12 sguardi d'autore, la rivisitazione di 12 cortometraggi
realizzati da alcuni dei nostri importanti cineasti: Antonioni,
Comencini, Maselli, Mingozzi, Olmi, Petri, Pontecorvo, Questi, Risi,
Vancini, Visconti e Zurlini. La serie del cinema "maggiore"
- anche se alcuni dei corti restaurati aprono nuove potenzialità
interpretative sull'opera dei cineasti coinvolti - continua con:
Il ball'Antonio di Mauro Bolognini (1997), Signore e Signori di
Pietro Germi e Gli sbandati di Francesco Maselli (1998), terza tappa
della collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema di Torino.
Nello stesso anno, l'Associazione sostiene il progetto varato dalla
Presidenza del consiglio dei Ministri e dall'Associazione Nazionale
Comuni d'Italia "Adotta un film: cento film da salvare"
restaurando I delfini di Francesco Maselli. Nel 1999 è la
volta di Antonio Pietrangeli con Io la conoscevo bene, mentre il
millennio si chiude con Una vita difficile di Dino Risi e La prima
notte di quiete di Valerio Zurlini, e si riapre con C'eravamo tanto
amatidi Ettore Scola, restauro accompagnato da un volume a cura
di Enzo Siciliano. D'intesa con la cineteca Nazionale, l'Associazione
Philip Morris Progetto Cinema interpreta il processo di restauro
nei suoi termini più rigorosi, che prevedono é non
soltanto la stampa di una copia tendenzialmente conforme all'intenzionalità
espressiva dell'autore, ma l'intervento sul negativo originale e
la predisposizione di materiali di preservazione che consentano
la ristampa del film secondo i parametri della nuova versione restaurata.
Ma soprattutto, oltre alla volontà di riproporre i capolavori
del passato all'attenzione di un nuovo pubblico, ogni film salvato
è occasione per una riflessione critica sul suo processo
produttivo e sulla sua consistenza testuale. Riflessione che si
concretizza nella redazione di una collana curata da Lino Micciché,
con una serie di volumi che raccolgono interventi critici, testimonianze,
la trascrizione dell'intero film, proponendosi come un'ideale completamento
delle operazioni tecniche di laboratorio. Nella prefazione che apre
tutti i volumi della collana, l'Associazione Philip Morris Progetto
Cinema tende a sottolineare che "uno degli obiettivi prioritari
resta quello di contribuire alla formazione di un nuovo pubblico
per il cinema italiano di domani". Obiettivo "in potenza"
sicuramente condivisibile, cui in realtà, se ne aggiungono
almeno altri due già realizzati "in atto": fungere
da stimolo al lavoro delle istituzioni cinetecarie e proporre un
modello di doppio "lavoro critico" sul testo capace di
trovare gli indispensabilli collegamenti tra il nero del laboratorio
di restauro e il bianco della pagina scritta.
|