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Il cinema per fermare le guerre

di Felice Laudadio

Sarei seriamente tentato di pubblicare, a mo' di introduzione a questo catalogo, il testo scritto per introdurre quello dello scorso anno. Non lo farò, naturalmente, ma un paio di temi toccati allora vale la pena riprenderli oggi. Il primo è il "made in English", la specializzazione assunta dal 2000 dal TaorminaFilmFest. La produzione di film girati in lingua inglese non è più appannaggio esclusivo dei paesi di lingua inglese. La tendenza va crescendo ovunque, e addirittura l'orgogliosa e sciovinistica Francia giunge fino alle soglie dell'Oscar con un film, Chocolat, ambientato nella Francia profonda e girato in inglese. Ragioni commerciali, si dirà. Vero. Ma è anche vero che un grande regista iraniano, Abbas Kiarostami, quando vuole urlare la sua rabbia contro il genocidio da AIDS che sta devastando il continente africano realizza in inglese - per farsi meglio e universalmente intendere - il suo sconvolgente ABC Africa che tanto avremmo voluto presentare in questo festival

nella giornata di sostegno ai bambini africani ammalati di AIDS animata da Miriam Makeba. La tendenza si rafforzerà nei prossimi anni, a mio parere, fatta salva la specificità culturale di ogni singolo Paese non di lingua inglese. E dunque continueremo su questa strada anche per il prossimo anno per il quale anticipiamo fin d'ora le date: da sabato 8 a domenica 16 giugno, con la consegna dei Nastri d'argento nell'ultima serata. Un'anticipazione temporale necessaria perché il TaorminaFilmFest possa sempre di più essere "l'altro festival", quello che apre la stagione estiva nei multiplex e nelle sale meglio attrezzate per ospitare gli spettatori anche in tempi di canicola. L'altro tema riguarda il cinema italiano. Lo scorso anno potemmo presentare quattro film, quest'anno nessuno, a parte i tanti delle retrospettive, degli omaggi, della neonata sezione "I Siciliani" appassionatamente curata da Visionaria. I film da noi visti sono risultati inadeguati, quelli che avremmo voluto non sono pronti o sono destinati a Venezia, e dunque al mucchio selvaggio delle uscite di settembre-ottobre. Quando i produttori e i distributori italiani avranno finalmente capito che la stagione estiva non può essere riserva esclusiva di caccia per i blockbusters americani, ma anche terreno utile ai buoni film italiani, avranno contribuito ad aiutare se stessi e soprattutto il nostro cinema. Non ci vuole particolare coraggio: bastano intelligenza e perspicacia. Se mi si chiedesse qual è la sottile linea rossa - cito Malick per restare in tema - che collega l'uno all'altro gran parte dei film presenti a Taormina 2001 direi che è la guerra e in particolare la guerra alla guerra. Il privilegio di poter presentare la nuova versione, arricchita di 53 minuti, di Apocalypse Now è un privilegio grande che ha orientato la scelta di altri film, in particolare Tigerland di Joel Schumacher e Edges of the Lord del polacco Yurek Bogayevicz. In questo assurdo mondo dove si creano mattatoi per esseri umani in Paesi civilissimi come la ex Jugoslavia o la Palestina e dove le città vengono blindate militarmente per respingere la sacrosanta protesta contro la crescente ricchezza di pochissimi e la crescente povertà di moltissimi, il cinema può avere (e ha avuto: penso a Orizzonti di gloria e al Dottor Stranamore di Kubrick, fra gli altri) un'importanza e un ruolo fortemente incidenti sulle coscienze degli uomini: To End All Wars, secondo il titolo del film di David Cunningham, per porre fine a tutte le guerre. Anche con il cinema.